I 70 anni di Jerry Calà nel ricordo della mia intervista alla Capannina

Jerry Calà compie 70 anni e mi torna in mente la fuga da Milano nell’estate 2005 per correre ad intervistarlo alla Capannina di Forte dei Marmi. Avevo espressamente chiesto che l’incontro con l’ex Gatto di Vicolo Miracoli avvenisse nella location dove, 23 anni prima, era stata girata una parte del film Sapore di Mare di Carlo Vanzina.

JERRY CALA’ E IL CINEMA ITALIANO

Io e Jerry ci trovammo seduti nel retrobottega del mitico locale della Versilia, tra casse di bottigliette di bibite e bustine di snack, qualche ora prima del suo One Man Show. In realtà la mia intervista virò su Calà e il cinema italiano, soffermandosi su quella che avevo definito la trilogia dei passaggi di consegna: Vado a vivere da solo di Marco Risi (1981), Sapore di Mare di Carlo Vanzina (1983) e Un ragazzo e una ragazza (1984) ancora di Marco Risi. Nonostante gli snobbismi degli intellettuali – quarant’anni dopo si sono sbriciolati come i castelli di sabbia – Calà aveva dimostrato in questi tre film che poteva fare ancora, che poteva fare altro.
“Mi fa piacere che tu abbia cominciato ricordandomi la scena finale di Sapore di mare, hai ragione lo scambio di sguardi e rimpianti tra me e Marina (Suma) fu una svolta anche per me. Di quel ciak per Carlo (Vanzina) fu buona la prima e l’operatore di macchina mi disse… Jerry sei stato grande”, mi raccontò Calà in quell’occasione.

BASTA PARLARE DI CINEMA DI SERIE A O B

L’interpretazione di Jerry contribuì a trasformare i due film di Marco Risi sopra citati in manifesti autentici e romantici della mia generazione, cresciuta sotto l’ombrellone degli anni ’80. “Marco (Risi) sapeva come metterti a tuo agio sul set e questo atteggiamento ti aiutava a tirare fuori il meglio di te – mi spiegò l’ex Gatto di vicolo Miracoli – Non ho mai fatto distinzione tra cinema di serie A o B, questo lo lasciavo fare agli altri. Un film è un film quando arriva al cuore della gente, quando fa da specchietto retrovisore della tua vita.”

LIBIDINE, SLOGAN DI STRAFOTTENZA

Nell’intervista alla Capannina colsi la persona e non il personaggio abituati a vedere, il Calà che aveva fatto di “libidine” lo slogan di strafottenza da spiattellare ai fricchettoni che si prendevano troppo sul serio. Citai a Jerry gli ultimi versi di una poesia di Totò:

“C’è tanta gente che si diverte a far piangere l’umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri.”

Jerry mi ricordò, in chiusura della nostra chiacchierata, che Totò era stato un grande maestro perché aveva saputo raccogliere gli stati d’animo di tutti, anche “di coloro che fanno il nostro mestiere e nascondono la tristezza personale per il bene del pubblico.”
Jerry mi salutò e mi ringraziò per le domande. Andò a cambiarsi per lo spettacolo, mentre il pubblico della Capannina lo attendeva e lo reclamava. Restai nel retrobottega e di sbieco tenevo d’occhio il palco. Poi si spensero le luci. La persona si fece showman e la sua ombra saltò sotto le luci della ribalta come un uragano. Ripensai a me bambino insieme alla mia famiglia in un cinema, alla periferia di Napoli, alla fine della proiezione di Sapore di mare. Correva l’anno 1983 e mi rimase impressa la celebre battuta che mise nero su bianco il passaggio di consegna tra la generazione dei miei genitori e la mia:

– Mamma, ma com’era l’epoca tua?

– Non so, era diversa. Ci batteva il cuore.

Pubblicato da Rosario Pipolo

Giornalista & Communication Specialist

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