Cara Procida, Capitale italiana della Cultura 2022

La bella notizia della nomina di Procida a Capitale italiana della Cultura 2022 mi aveva fatto balzare il cuore in gola. Sarà perché ho iniziato a scrivere sulle pagine di un quotidiano delle isole campane, sarà perché proprio a Procida ci sono ricordi lavorativi che si mescolano all’isola: insieme a Michele, procidano di nascita e di fatto, iniziai a muovere i primi passi nelle produzioni video e vissi i preparativi e le magiche serate del Festival del Mediterraneo.

Ricordo quelle mattine procidane soleggiate davanti al Mac, il panorama mozzafiato che bussava da una finestrella nel nostro ufficio, lo bisbiglio dei gabbiani, i miei arrivi periodici al porticciolo e Michele che veniva a prendermi con la motoretta. Puntualmente c’era un gruppo di pescatori a salutarci che gli ricordava “Miche’, quanto ci manca tuo padre.”

Michele mi nascondeva gli occhi lucidi e poi sgaiattolavamo su e giù per l’isola, con il vento tra i capelli. Mi sembrava di sentire la voce dell’amata Elsa Morante e svolazzare come il bucato appena steso le pagine di L’isola di Arturo, mandato giù durante la mia scapestrata adolescenza mentre marinavo le lezioni nozionistiche al ginnasio.

Da una finestra si affacciava un’anziana signora con i capelli innevati, era la mamma di Michele che ci salutava e tutte le volte che mi riconosceva, avendo dimenticato il mio nome, mi chiamava puntualmente uainé, che in dialetto procidano significa “ragazzo”.

Io conoscevo il corrispettivo napoletano, guaglio’, che mio padre mi aveva insegnato da bimbo stonando i versi di Carosone “Tu si’ guaglione, che t’hê miso ‘ncapa? Va’ a ghiucá ‘o pallone“.

Sì ero ancora guaglione e quando hai poco più di vent’anni fatichi a farti prendere sul serio. Procida mi guardò negli occhi e mi adottò in quelle giornate in cui ogni ora di lavoro al fianco di Michele era un’occasione per imparare, crescere, guardare al futuro con l’ottimismo come i palleggi spensierati tra me e un ragazzotto procidano: anni dopo ho scoperto che era diventato sindaco dell’isola.

La sorella di Michele uscì di corsa e mi offrì dei biscotti fatti in casa. Era di poche parole. Mi sorrise come fanno gli isolani, che all’inizio ti sembrano scorbutici e poi quando li conosci davvero ti danno il cuore.

Michele mi prestò il suo telefono cellulare – sembrava una radio trasmittente di 007 – e mi concessi una chiamata davanti al mare, un lusso ai tempi: “Mamma, sai cosa ti dico che resto qui per un po’, tornerò a Napoli per gli esami… stai tranquilla non la mollo l’università…certo che rientro stasera, è un progetto per il futuro…poi lo diciamo a papà… Sì, hai ragione chissà se si rassegnerà mai a vedermi sempre con la valigia in mano…”.

Quella sera rientrai, eravamo soddisfatti del lavoro di quei giorni, avevamo la lista di alcuni ospiti al Festival del Mediterraneo, tra cui la grande icona della musica folk Matteo Salvatore. Michele mi riaccompagnò al porto, mi mise dei soldi nel taschino della camicia: “Uainé, questo è un piccolo rimborso spese. Vedrai che i tuoi sacrifici saranno ricompensati, hai del talento”. Poi mi diede un biglietto dell’aliscafo, io di solito viaggiavo in traghetto per risparmiare.

Io e Michele appartenevamo a due generazioni diverse: allora io cavalcavo i vant’anni e lui, avendo abbondantemente superato la trentina, era quel fratello maggiore che non avevo mai avuto. Salito sull’aliscafo, mi voltai e balbettai qualcosa tipo “Ah, Michele, grazie… comunque ti voglio bene”.

Lui non mi sentì, era già andato via in motorino e in lontananza mi salutava con la mano sinistra come se sventolasse una bandiera.
Procida era alle mie spalle e, attraversando il golfo di Napoli, intravidi nel mio legame nascente con l’isola di Arturo quella prospettiva custodita nel fiore all’occhiello di Procida capitale italiana della cultura 2022: la cultura non isola, mai, oggi come ieri.

Pubblicato da Rosario Pipolo

Giornalista & Communication Specialist

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