Cartolina da Recife: il Brasile nella quotidianità dell’anima di Dalva e Edson

In Brasile, il 48° Paese del mio giro del Mondo, mi hanno portato le poesie di Vinicius De Moraes, gli acquerelli musicali di Toquinho, le canzoni rivoluzionarie di Caetano, Gilberto Gil, Chico Barque e Maria Bethania, i  romanzi di Jorge Amado, i racconti di vita vissuta di zio Mimmo, le urla inghiottite dal Maracanà, il lungomare di Copacabana sognato con mia mamma guardando una telenovela Brasiliana. Niente cataloghi, niente consigli di viaggio, niente set costruiti.
A Recife, nello stato del Pernambuco, arrivo alle 3 del mattino. Fino a pochi giorni prima della partenza, non avrei immaginato di trovare Edson e Dalva ad accogliermi: quest’ultima aveva vissuto per un lungo periodo alla periferia di Napoli alla fine degli anni ’80.

 

Sonnecchio qualche ora e la prima alba  del mio ritorno in Sudamerica è in un sobborgo di Recife, poco distante dall’aeroporto. Dalva mi racconta che Jardim Jordao non gode di una buona nomea, nella parte alta ci sono “i baby killer”, quei mocciosetti con la pistola che sono la dannazione brasiliana fuori i perimetri delle aree poco sicure. Non trascuriamo la gente onesta e semplice come Dalva e Edson, costruttori di amore e  felicità in tutti questi anni di matrimonio.

Dalva mi mostra vecchie foto stampate su carta Kodak, le brillano gli occhi, il periodo vissuto nel napoletano non si è mai assopito dentro di lei, le persone, i legami dei tempi andati. Nel frattempo Edson mi presenta ai vicini. La signora è nonna di una cucciolata di nipoti a 55 anni, si è sposata a 14. Mi giro intorno, tutti vivono con l’essenziale ma respiro tanta aria di felicità intorno a me. Quanto tempo era che non ne annusavo?

Poi passa a prenderci un’auto e inizia il nostro giro a Recife antica con la guida di Eliane, la sorella di Edson, che collabora con diversi musei della zona. Qui di turisti europei ne arrivano pochi, mi godo la città in un giorno lavorativo qualsiasi, con la spiaggia semideserta, i cavalloni oceanici, i palazzi fatiscenti che profumano di antichità, un centro culturale inaspettato e tassellato di arte.
Io, Dalva ed Eliane sorseggiamo un buon caffè brasiliano in una caffetteria dell’inizio del ‘900 del centro storico, accompagnandolo con una succulenta Coxinha, che può fare invidia agli arancini appuntiti siciliani.

 

Quando il tramonto si accovaccia sulla capitale dello stato del Pernambuco, mi sento già parte di questa comunità e il timore fisiologico del viaggiatore solitario in un nuovo Paese a lui sconosciuto si assottiglia, nonostante sia solo il mio primo giorno in Brasile.
Quando mi giro per salutare tutti prima di ripartire, mi sembra di rivedere nonna Lucia che, prima dell’inizio di ogni mio vagabondaggio, mi ripeteva: “‘A Maronna t’accumpagne”.
Mi stropiccio gli occhi perché ho visto il Brasile nell’anima della quotidianità di Dalva, Edson, Eliane, sua mamma e tutto quel piccolo mondo antico, distante dalle brutture dell’Italia di questo tempo.

So che non sarò solo, nonostante tutto. Sono in volo tra le stelle e le nuvole del Brasile.

 

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