Da Malevento a Benevento da serie A: quando il calcio ripulisce il campanilismo zotico

Gli antichi Romani la videro lunga nel 275 a.C. cambiandole il nome da Maleventum in Beneventum. Ai nostri sanguinari antenati andò di lusso in quella difficile battaglia e, chissà se era già scritto in qualche profezia, che nel 2017 d.C. una squadra di calcio di periferia, il Benevento, sarebbe diventata reginetta della Serie A.

Oggi siamo tutti sanniti nel cuore in un clima di misurata sportività, rara ai tempi in cui il rigurgito del pallone indiavolato sa di business. Per una volta il calcio ripulisce il campanilismo zotico che c’è in noi, quello che dagli spalti di uno stadio mette città e comunità le une contro le altre, nel lungo scivolone dei pregiudizi.
Non è un fenomeno da metropoli calcistica, è un atteggiamento che coinvolge più o meno tutti, raggiungendo talvolta punte di un icerberg infame e pericoloso.

La prima volta del Benevento in Serie A, ad un passo dalle 90 candeline di attività calcististica, restituisce a tutti noi un brio di sana sportività che sculaccia il divismo dello star-system calcistico. Sentirsi oggi un sannita, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, è una promettente sensazione che trasforma il tifo nel grandangolo che fa del sogno della comunità beneventana un patrimonio di tutti.

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