Cartolina da Montevideo: l’Uruguay nel tramonto del Rio de la Plata

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rosario_pipolo_blog_2La sera non è calata ancora in Uruguay. La navigazione sul Rio de la Plata l’avevo condivisa con Pablo, il fisico argentino in esilio in Europa negli anni della dittatura. Il resto delle ore di sole le avevo dissipate bighellonando a Colonia del Sacramento, zolla della memoria colonialista in Sudamerica scippata dagli spagnoli ai portoghesi: sole, vento tra i capelli, un piatto di chorizo e del buon vino, le onde ribelli del mare come in un romanzo iniziato e mai finito.

È bastato un filo di vento per guidarmi fino a Montevideo. C’è ancora luce, quella sufficiente per una traversata di quattro chilometri lungo l’avenida che si distende nell’abbraccio di Placa Indipendencia. Quando mi davano per disperso nelle storie di Corto Maltese disegnate da Hugo Pratt, avevo imparato che le traversate non finiscono mai, l’arrivo è inaspettato punto di partenza.

Montevideo è una traversata continua, nelle stradine della città vecchia, abusivo tra una coppia di sposini uscita dal municipio, mangiando carne al mercato coperto, provando una coppola uruguaiana per quando sarebbe arrivato l’inverno, e poi la lunga camminata sulla Rambla.
Niente a che fare con i nostri lungomare, a parte che non si tratta di acque salate bensì delle acque meticce del Rio de Plata. La Rambla sembra non finire mai tra i bambini che giocano, i ragazzi che hanno marinato la scuola accovacciati sugli scogli, i palazzoni che delineano il mio percorso all’atteso tramonto insieme ai pescatori. Il silenzio non mi spaventa perché i singhiozzi delle onde del Rio de la Plata fanno di questo estuario il punto di raccolta dei sogni di chi è venuto a vivere qui da altri paesi limitrofi o lontani

L’Uruguay è terra di tutti, anche di Luca, compagno di classe di mio cugino che a fine anni ’90 mi ospitò una notte a Milano. La napoletanità di Luca ha seminato nella nuova vita uruguaiana quel seme di libertà che fa di noi viaggiatori persone nuove. I ricordi condivisi con Luca in una notte stellata a Montevideo mi hanno assuefatto: la vita li redime i viaggiatori come noi, perché la ricerca di noi stessi mette in dubbio quelle maledette certezze che fanno della routine l’agglomerato urbano della nostra anima.

Quando riparto la colonna sonora di questa tappa mescola e rimescola le sonorità del candombe di Ruben Rada con le canzoni dell’album Mediocampo di Jaime Roos e gli sputi musicali contemporanei dei Notevagustar.
In piena notte, durante la traversata di ritorno sul Rio De La Plata, mi fa compagnia Rosa, anziana uruguaiana di origini italiane, che mi racconta dei suoi cani e del suo compleanno che sta andando a festeggiare con il fratello rimasto solo a Buenos Aires. Dice che festeggiare il compleanno anche con un napoletano porta bene e così mi offre una colazione senza candeline.

Rosa scompare nel buio della notte così come Luca, Montevideo, ma davanti a me c’è la luce di una nuova terra ferma e di questo viaggio in Sudamerica che disegna gli argini del mio cambiamento e della mia rinascita.

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