Cartolina da Buenos Aires

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rosario_pipolo_blog_2A Buenos Aires tira un forte vento di italianità. L’ho capito subito, appena messo il piede in Argentina. Si va oltre il cantico di Ivano Fossati dedicato agli “italiani in Argentina”. Lo capisci come ti guardano, come hanno voglia di condividere con te perché sanno che negli occhi di noi viaggiatori troveranno il ricordo di un papà, di un nonno, di uno zio, arrivati qui con la valigia da emigrante e rimasti per il resto della vita con la dignità di un argentino.

Buenos Aires si è staccata di dosso l’etichetta che l’avrebbe voluta sposa della Guerra sucia, ovvero quella “guerra sporca” che l’infame dittatura degli anni ’70 adottò come sanguinaria repressione.
Buenos Aires è una principessa scalza, come le donne argentine ancelle di bellezza e anima latina, che con disinvoltura sa come farsi rincorrere, afferrare, stringere in un abbraccio lungo quanto l’affacciata sul Rio della Plata.

Ogni quartiere vive una vita propria senza calcare la mano sulla smania di essere cosmopoliti a qualsiasi costo. Buenos Aires è anche l’eleganza latina di Recoleta, il vezzo naif di Palermo, la popolarità di La Boca, il palleggio della memoria di Placa de Mayo, il brusio del mercato di San Telmo, il pugno nello stomaco dell’Espacio de la Memoria che rende giustizia ai desaparecidos.

Ha un mantello che si chiama tango perché, come scriveva Carlos Gavito, “non è una danza ma una ossessione. Erotica e appassionata, inquietante e malinconica, che coinvolge non solo il corpo ma anche l’anima”.  Buenos Aires non smetterà mai di tirare calci ad un pallone, proprio come i bambini incrociati sotto lo stadio di La Boca. Questo è il riscatto della strada che può trasformare uno scugnizzo come il piccolo Diego in un dio del pallone chiamato Maradona.

Buenos Aires sa come mettere a tacere il turista invadente lungo i dock di Puerto Madero, sa trasportare il viaggiatore verso nuovi incontri nello scantinato di una milonga, sa come sorprenderti in quel sussurro appassionato che fa di “pace, amore e libertà” la lunga avenida che la attraversa in diagonale i vari strati sociali.
La napoletanità veste bene la capitale argentina, perciò il mio primo viaggio in Sudamerica è partito da qui.

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