I miei dieci anni a Milano: dalla tribù al nomadismo

Milano

Rosario PipoloIl 16 gennaio di dieci anni fa mi trasferii definitivamente a Milano. Arrivai in auto di domenica sera, con lo stretto necessario che ingombrò tutta la macchina. Ricordo il momento in cui mi coricai: da un letto che non era mio, osservavo nella penombra della stanza un mucchio di scatoloni. Non mi faceva effetto il contenuto, piuttosto il peso dei sogni che vi avevo messo dentro. Tutti mi dicevano che Milano mi avrebbe “tirato il pacco” con il vento di crisi che tirava. Da una parte del capoluogo lombardo girava il jazz del neonato Blue Note, dall’altra il vuoto musicale per la perdita recente di Giorgio Gaber. Tra le bancarelle della fiera di Sinigaglia ritrovai le atmosfere del mercatino della Duchesca di Napoli. Escogitavo sempre il modo per lasciare in tasca 5 euro da investire lì per un libro o un disco. Prima di lasciare Napoli, zio Mimmo da Firenze mi aveva donato un consiglio che mi ha accompagnato in tutto questo tempo: “Sforzarmi di trovare sempre i miei piccoli spazi ovunque, senza permettere ai nuovi luoghi di cambiarmi”.

Ho conosciuto una marea di persone in questi 3.650 giorni vissuti qui: siamo rimasti in pochi, gli altri hanno mollato il colpo e sono andati via. I motivi erano vari: chi non aveva trovato un lavoro dignitoso; chi non si era adattato ai ritmi della metropoli; chi non resisteva lontano dagli affetti e dalla famiglia. Gli ultimi due motivi sembravano far parte del corredo genetico dell’emigrante. Io me ne ero andato di punto in bianco, dalla sera alla mattina, senza provare questo senso di sdradicamento e mi infastidiva sentire il solito luogo comune “Lì al Nord”. Mica ero finito su un altro pianeta?
Fino ad allora pensavo che forse per tutti fosse facile e naturale trasferirsi da una città ad un’altra. Davo per scontato che la necessità di nuove esperienze e la rinuncia al perimetro della “tribù” per “il nomadismo” fosse naturale per tutti. Mi ero sbagliato. Ho girato e rigirato, raccogliendo piccole storie e testimonianze di chi ha tenuto nascosto dentro questo disagio. Una sofferenza per alcuni davvero insormontabile, perché si commetteva un errore grossolano: rinchiudersi in una nuova tribù e condividere la nostalgia di casa.

Nomadismo non significa né rinnegare le proprie radici né trascurare i propri affetti, ma aprirsi alle opportunità che ogni luogo, diverso da quello in cui siamo cresciuti, ci offre. In questi dieci anni Milano mi ha dato,ma allo stesso tempo ha tentato in più occasioni di sottrarmi qualcosa. Ciò che mi ha tolto Milano, me lo hanno restituito le decine e decine di persone con cui ho condiviso migliaia di pagine del mio diario milanese. Questa non sarà mai la mia città, ma lo diventa ogni volta che porto qualcuno in giro con me e gli racconto che, anche in una metropoli come questa, dove ho conosciuto personalmente milanesi della vecchia città come Alda Merini, Roberto Vecchioni, Sergio Bonelli, Enzo Jannacci, Fernanda Pivano e tanti altri,  possono germogliare i piccoli sogni di un ragazzo di periferia del Sud.

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2 thoughts on “I miei dieci anni a Milano: dalla tribù al nomadismo

  1. Non ho mai capito due tipologie di persone:
    Quelli che si lamentano di un luogo (ma poi alla fine ci rimangono), e non sono stati costretti da nessuno ad andarci, ma ancor più importante, hanno la possibilità di andarsene e trovare altrove la loro più alta realizzazione.
    E quelli che lusingano le proprie cose, i propri cibi o i propri luoghi, facendo paragoni ridicoli tra nord e sud e viceversa. Ancor peggio quelli che rinnegano le proprie origini. Ogni luogo ha la sue particolarità, le sue bellezze. I suoi vantaggi e svantaggi. Basta regolarsi e scegliere accettandone le conseguenze. Qualcuno potrebbe dire che è stato costretto a farlo (ad es. dalla situazione economica, ma bisogna chiedersi cosa è più importante perseguire) e avrebbe voluto vivere nella propria città/regione. Benissimo, allora il problema è un altro, non è Milano!

  2. come siamo diversi noi esseri umani…per fortuna!!! io in dieci anni di vita al nord ho capito che ciò che non hai più mai lo riavrai. tutto il resto del tempo è distrazione. e capire questo per me è stato un traguardo di cui vado fiera.

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