Diario di viaggio: ancora una ninna nanna per Miriam

A San Colombano a Lambro ci sono finito per caso. Il solito vagabondaggio a seguito di quell’innata malattia che è in me: scendere e salire da un posto senza spiegarti come ci sei capitato. E lì non c’ero andato per braccare Gianluca Grignani – tutti pensano che chi faccia il mio mestiere sia sempre alla ricerca di storie – ma per il tipico fuori programma, che trasforma ogni mia tappa in una sorpresa. Non mi ero soffermato né sulle bancarelle del paesotto ai confini del milanese né sulle mura suggestive del castello. Osservavo lei che sorseggiava il suo drink, con le sue unghie smaltate di verde, con una ciliegia rossa che danzava tra le sue dita.
Puoi impiegare una vita a dimenticare, ma un attimo a ritrovare un ricordo: quella sera di quasi venti anni fa restai a cena dal mio migliore amico. Arrivò la notizia che un brutto male aveva strappato la cugina dalla giovinezza. Io e lui eravamo convinti che la vita non potesse sbatterti la porta in faccia nel bel mezzo dei vent’anni. Un grido di dolore e rabbia arrivò così in fretta dalle montagne di Domodossola che noi non smettemmo di chiederci: “Cosa ne sarebbe stata di quella bimba che sgattaiolava per casa? Come glielo avrebbero spiegato che la mamma non sarebbe tornata più?”.
Prima che il sole calasse a San Colombano, guardandola negli occhi ho capito che la ragazza di fronte a me era la stessa bimba a cui avevano strappato la mamma. Mentre attraversavamo in auto il lodigiano, ho avvertito quanto la bassa padana le avesse restituito a mano a mano  la maternità smarrita, attraverso un legame speciale con la terra in cui è cresciuta.
Lei si faceva chiamare scherzosamente “magotta”, ovvero con quella parola che accentua il campanilismo tra lodigiani e piacentini. Sul suo collo era tatuato un verso di una vecchia canzone dei Platters che faceva più o meno così: “I’m wearing my heart like a crown pretending that you’re still around”.
In quel verso era conservata la sua vita. La mia magotta era tutta sua madre, in quel suo modo di rivestire l’anima, in quella sua smisurata dolcezza e combattività che avevano trasformato una domenica qualunque nel giorno in cui mi sono convinto una volta e per sempre: prima o poi qualcuno tornerà a cantare con amore una ninna nanna per Miriam.

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