Caro Francesco, c’eri pure tu quella sera in cui Baccini cantava Tenco?

C’è una foto del mio album che mi piace particolarmente: è quella che ci ritrae assieme cinque anni fa, quando hai trasformato un’intervista in interminabile e intelligente divagazione. Entrambi eravamo emigrati a Milano da due città di mare, Genova e Napoli, in tempi diversi, eppure in modalità simili. E’ stato per questo motivo che sei riuscito a farmi sentire come un tuo ex compagno di merenda?
Ricordo il nostro dibattito sui soliti cliché e pregiudizi che inquinano l’immaginario collettivo dai toni nazional-popolari. E spesso si mettono pure le scelte infelici dell’industria discografica. Osservandoti sul palco dello Smeraldo di Milano a cantare Tenco e a riportare in vita una vittima di quei pregiudizi, ho fatto una riflessione : sei stato così testardo in tutti questi anni da reinventarti ogni giorno, anche quando c’era chi voleva associare Francesco Baccini a un repertorio scanzonato, che invece era tutt’altro. Del resto quella targa Tenco che ha tenuto a battesimo Cartoons dovrebbe dirci tutt’altro.
C’è chi vuole ostinatamente definire un cantautore per “contorni”, mentre sono i suoi “dintorni” a distinguerlo dai tanti canzonettari che si spacciano per musicisti o cantastorie. Quante coincidenze ti legano a Luigi Tenco, ma queste non sarebbero bastate a creare una serata musicale emozionante se non si fosse fatto avanti ciò che sei veramente: il genovese strafottente dei luoghi comuni, dell’establishment, delle formalità idiote, curioso e appassionato, sentimentale e intelligente, con quella punta di istrionismo clownesco che avrebbe amato Federico Fellini.
Che strane coincidenze. Hai cantato Luigi Tenco nel giorno del sessantacinquesimo compleanno di mia madre, che purtroppo era lontana. Mi hai permesso di soffiare assieme a lei le candeline attraverso quelle canzoni. E’ stata lei più di trenta anni fa a farmi conoscere il repertorio di Luigi, spiegandomi che “i tempi non erano maturi per capirlo”. Forse i tempi non sono mai maturi per nessuno, ma lo diventano quando ci ritroviamo a condividere. Allora diamoci appuntamento a Genova: tu porti la chitarra e noi che eravamo l’altra sera lì portiamo birra e foccaccia genovese. Sarà un modo per continuare a raccontare Luigi, che è morto soltanto per gli stolti benpensanti, quelli che De André aveva fatto diventare lo zimbello del circo della vita e tu, Francesco Baccini, hai messo a tacere per sempre.

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