L’ultima estate di Leopold, seconda puntata

Quella mattina Leopold aveva mandato tutti al diavolo. Sapeva di essere l’ultima ruota del carro, lì al Volksbühne, ma la sua passione per il teatro non era una cattiva consigliera quanto gli suggeriva di resistere. Per pranzo aveva in mano le sue solite focacce e una bottiglietta d’acqua minerale che quella volta decise di mangiare al Volkspark Friedrichshain. Era così trasandato e distratto da non badare a chi gli stesse a fianco su quella panchina.
Eppure, quando si voltò, furono le sue lentiggini a farlo naufragare in una fragorosa risata: “Scusami – esordì Leopold – mi fai venire in mente una compagna di liceo che mettevo in croce per quelle bizzarre macchioline”. Beatrice fece una smorfia stizzita e per ripicca gli strappò di mano la focaccia: “A scuola rubavo il pranzo a chiunque mi prendesse in giro”. I due si guardarono e risero a lungo. Leopold e Beatrice erano troppo diversi per stare seduti sulla stessa panchina. Lui cresciuto nella Berlino Est in una famiglia operaia, lei allevata da genitori commercianti dall’altra parte del Muro; lui tecnico delle luci a teatro, lei pittrice mancata finita in moglie ad un noto antiquario. Senza farsene accorgere, Leopold si soffermò sui suoi occhi mandorlati e, nonostante un fascio luminoso malinconico, ne rimase incantato.
La pausa pranzo volò in fretta. Prima di andar via scoprì per caso che il giorno dopo era il suo compleanno. L’indomani Leopold si presentò alla stessa ora, sperando che lei fosse lì. Beatrice fece finta di niente, ma sperò fino all’ultimo che quel giovanotto stravagante ritornasse. “Buon compleanno – le disse – Oggi non ho portato la focaccia, ma una piccola torta per festeggiare”. Lei arrossì ed era incuriosita da come lo avesse scoperto. Leopold aveva l’occhio lungo e per caso era finito su un certificato dell’ufficio anagrafe che le era caduto dalla borsetta. Da quel giorno quella panchina li vide insieme dal lunedì al venerdì, ma loro non si accorsero di cosa stesse accadendo. (CONTINUA)

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